L’eterna eleganza di Alejandro Valverde

Di Mattia Lasio

Nello sport si vince e si  perde. Il ciclismo è una di quelle discipline che lo dimostrano appieno, facendo comprendere che la vita di una persona – sia quotidiana che sportiva – è ricca di colpi di scena e imprevisti. Purtroppo, questa volta l’eterno ragazzino Alejandro Valverde deve salutare la sua amata Vuelta di Spagna, in questa settima tappa da Gandia a Balcon de Alicante soleggiata e calda, la prima di vera montagna. Proprio quando occupava la quarta posizione in classifica e dimostrava uno stato di forma eccellente.

Mancano 43,7 chilometri al traguardo, la corsa procede come di consueto, la temperatura si fa sentire. Apparentemente tutto sembra calmo ma qualcosa si muove all’improvviso. L’Embatido Valverde attacca sul Puerto El Collao, fulmineo, elegante, deciso. Prepara il terreno per i suoi giovani compagni Enric Mas e Miguel Angel Lopez. Le sue pedalate sono le ali di un cigno leggiadre che incantano. Dietro di lui spuntano il campione olimpico in linea Richard Carapaz con il suo casco dorato ed Adam Yates, i due Ineos che fiutano il pericolo.  Poco dopo, si verifica l’inatteso. Un inatteso che lascia con l’amaro in bocca chiunque ami l’epopea della bicicletta: Alejandro prende una piccola buca e cade rovinosamente battendo la clavicola e cascando per qualche  metro su uno sterrato a bordo strada. Sanguina dal gomito ma è il male minore: ciò che preoccupa è la clavicola, croce di ogni ciclista. La bandiera della Movistar prova a rimettersi in sella ma a 35 chilometri dalla fine il dolore è troppo ed è costretto a fermarsi. Si piega sul suo destriero a due ruote, la testa posata sul manubrio. Versa lacrime, che colano irrefrenabili, struggenti. A nulla servono le consolazioni, a nulla servono gli abbracci. L’Embatido è costretto a  deporre le armi, uscendo di scena prima del previsto. Nessuno lo avrebbe mai immaginato, nessuno si aspettava un epilogo del genere. 

Sarà questa la fine della carriera di un atleta che a 41 anni ha dimostrato di essere ancora tra i più forti al mondo? Rispondere è complesso adesso, il silenzio lascia spazio alla sofferenza. Ma nonostante questo, nonostante una sorte infausta, ciò che mai verrà meno è la classe di uno dei campioni  più forti di sempre, esempio di longevità e raffinatezza in sella che nessuna caduta potrà mai cancellare.

La prova del nove per Aru e Ciccone

Di Mattia Lasio

Una settimana di attesa, ora è il momento di fare sul serio: Fabio Aru e Giulio Ciccone sono attesi al banco di prova nella settima tappa odierna della Vuelta di Spagna che da Gandia conduce a Balcon de Alicante con ben 6 GPM lungo i 152 chilometri da percorrere. Una tappa chiave nella corsa a tappe spagnola dove non ci si potrà nascondere.

Tappe o classifica?

L’enigma più grande dei due alfieri nostrani è questo: puntare tutto sulla classifica generale o concentrarsi su una prestigiosa vittoria di tappa? Entrambi sembra si stiano concentrando sulla prima opzione: Aru, ad oggi, occupa la decima piazza della generale mentre l’abruzzese è settimo, un buon piazzamento frutto di una condotta di gara differente dal canonico modo di correre del capitano della Trek-Segafredo: crono discreta, poi massima attenzione nella terza tappa sul Picon Blanco dove è rimasto con i primi senza tentare attacchi. Ieri, nell’esplosivo finale dell’Alto de la Montana de Cullera che ha visto un Primoz Roglic in grande spolvero seppur in controllo, una buona difesa con il 12 posto di tappa a 25 secondi dal vincitore danese Cort Nielsen. Bene anche il Cavaliere dei Quattro Mori che, dopo quattro anni, torna in top ten in una grande corsa a tappe grazie alla bella prova di ieri, in cui è giunto 16 a 27 secondi.

La prova del nove

La tappa di oggi è la prova del nove: in ordine ci saranno il Puerto La Llacuna, il Puerto de Benilloba, il Puerto de Tudons, il Puerto El Collao, il Puerto de Tibi prima dell’erta finale del Balcon de Alicante con i suoi 8,4 km finale al 6,2% di pendenza media. Saranno della partita per la generale Ciccone e Aru? Ancora una volta, a questa domanda solo la strada saprà dare le risposte cercate.

Minima e Moralia: Ivan Basso, l’uomo che visse due volte

Di Mattia Lasio

Breve e concisa, Minima e Moralia è la nuova rubrica di Di corse, tappe e qualcos’altro: in qualche minuto, poco più poco meno, si narrano tramite video aneddoti e vicende riguardanti grandi campioni dello sport o personaggi di spicco del panorama culturale nostrano e mondiale. Il primo episodio è incentrato su Ivan Basso, ribattezzato come l’uomo che visse due volte vincitore del Giro d’Italia nel 2010 dopo la squalifica per doping a causa del coinvolgimento nell’Operacion Puerto. Dalle stelle, dopo la magica vittoria alla corsa rosa nel 2006 in cui fece letteralmente da padrone, alle stalle ma al contempo un esempio dell’antico detto per aspera ad aspra grazie al quale le difficoltà sono metabolizzate e superate per il raggiungimento di un qualcosa di gran valore, umanamente e sportivamente. La visione della prima puntata è disponibile tramite questo link sul canale You Tube di ”Di corse, tappe e qualcos’altro”: https://www.youtube.com/watch?v=1rYIKWyEbLE

Di orgoglio e tenacia: il Cagliari supera il Parma e stringe il sogno

Di Mattia Lasio

E più che puoi, memoria, di quell’amore mio recami ancora, più che puoi, stasera, scriveva il poeta Kavafis. Ed è stato proprio l’amore, verso il calcio e la terra rappresentata, che ha spinto a una prova di orgoglio il Cagliari ieri sera contro il Parma, in una sfida complessa – sportivamente e umanamente – in un momento in cui un passo falso vale una salvezza o una retrocessione. Il tabellino decreta la vittoria dei rossoblù: 4-3 a un minuto della fine. 4-3 per quello che può rappresentare davvero un nuovo inizio.

Il primo tempo vede il Parma in grande spolvero: i ragazzi di D’Aversa hanno il coltello tra i denti, giocano bene e creano azioni pericolose che si concretizzano con il gol del terzino sinistro Giuseppe Pezzella dopo cinque minuti dal fischio di inizio. Poco più di venti minuti dopo il capitano Kucka raddoppia e per i rossoblù la faccenda si fa ardua. I ducali non danno un attimo di tregua ai cagliaritani che dalla loro però hanno l’orgoglio che consente di tenere alta la guardia e accorciare le distanze al 39’ con Pavoletti che, alla sua centesima presenza con il Cagliari, sigla il gol della riscossa con uno dei suoi immancabili colpi di testa.

Il secondo tempo comincia però all’insegna del Parma che sigla la terza rete con il romeno Man. I giochi sembrano fatti ma è proprio da quel momento che il Cagliari si eleva rendendosi protagonista di una ripresa avvincente ed emozionante. Al 65’ con Marin i rossoblù accorciano le distanze e più volte sfiorano il pareggio che arriva quasi mezz’ora dopo con Pereiro. 3-3, si decide tutto negli istanti conclusivi e che, come spesso si è verificato nella storia dello sport, si rivelano decisivi. Il Mister Leonardo Semplici gioca le sue carte astutamente e sostituisce Nandez con Cerri, l’uomo dell’ultimo minuto che al 94’ con un imperioso colpo di testa su cross di Pereiro, decreta la vittoria di un pugnace Cagliari. 60 secondi dopo, arriva il triplice fischio finale. Il Cagliari si abbandona a una lecita e magica gioia mai sopra le righe e colma di umanità come dimostra l’avvicinamento di capitan Joao Pedro a un Jasmin Kurtic sconsolato e con gli occhi colmi di lacrime. Si vince e si perde, lo sport lo insegna, la vita lo dimostra. La corsa del Cagliari verso la permanenza nella massima serie prosegue, accompagnata da un’Isola nobile e antica pronta a navigare assieme a lei nonostante le correnti agitate e un vento che sa frenare ma al contempo spingere verso qualcosa che oltrepassa i confini agonistici per sconfinare nella poesia che solo lo sport e i suoi alfieri sono in grado di donare.

La lealtà di una bandiera: i 76 anni di Gigi Riva

Di Mattia Lasio

I tempi mutano e con costoro i personaggi che li vivono, ma ciò che possiede autentica bellezza rimane e rischiara gli animi incupiti di chi prosegue con fatica il proprio cammino. Luigi Riva, per tutti “Gigi”, detto anche “Rombo di tuono” è stato e ancora oggi rappresenta qualcosa di più importante che un semplice fuoriclasse e numero uno. I numeri uno sono stati innumerevoli nella storia di ogni singolo sport, dei numeri uno tanti hanno detto e tanto si è pronunciato a riguardo ma di bandiere, specie al giorno d’oggi, si fatica a parlare data la loro esigua presenza. Gigi Riva è stato un simbolo, una certezza, un punto fisso e di riferimento per la città di Cagliari e per il fiero popolo sardo. Giunse nell’Isola diciottenne dal Legnano per volontà di Arturo Silvestri e del vicepresidente del Cagliari di allora Andrea Arrica e, da quel momento in poi, non andò più via. Storica e perpetuamente impressa nella memoria di tutti gli appassionati fu la sua titanica rovesciata nella felice stagione del 1969/1970 contro il Lanerossi Vicenza allo Stadio Romeo Menti narrata magistralmente da un altro talento raro quale Sandro Ciotti si rivelò in ambito giornalistico. Dotato di una ottima velocità, Riva, era in grado di districarsi perfettamente nel gioco aereo dotato di una solida struttura fisica che gli consentiva di avere la meglio sui giocatori avversari intenzionati a fermare la sua azione. Fu il trascinatore di quel Cagliari, di cui dal 2019 ricopre il ruolo di Presidente onorario,  guidato dell’elegante Manlio Scopigno ribattezzato “il filosofo”, che in maniera garibaldina e splendida vinse il suo unico e prezioso scudetto mezzo secolo fa. Fu ammirato da coloro i quali con lui avevano l’opportunità di giocare e da chi militava in squadre rivali, destò l’ammirazione di illustri cantori dello sport quali ‘’il gran lombardo’’ Gianni Brera, stimolò la fantasia e la vena creativa del cantautore Piero Marras che realizzò il brano ”Quando Gigi Riva tornerà”, risalente ai primi anni Ottanta, mentre celebre è il ricordo del compianto e preparato antropologo Giulio Angioni – la cui attività di scrittore fu cospicua e di valore – che raccontò di quando in occasione di un suo viaggio in un Paese esotico il portiere dell’albergo nel quale si trovava fu in grado di decifrare la parola ”Cagliari” solamente tramite il collegamento e l’accostamento tra il fuoriclasse leggiunese, di cui serbava un attento ricordo, e il capoluogo della Regione Sardegna. Fu elemento eroico per numerosi personaggi noti e umili figure che in quell’attaccante sopraffino – per ben tre volte capocannoniere del Campionato di Serie A – si rispecchiavano e identificavano, elevandolo a icona non solamente dal punto di vista prettamente sportivo bensì anche sociale e mediatico. Fu pilastro della Nazionale italiana calcistica – con cui trionfò al Campionati europei nel 1968 e con cui giunse secondo ai Mondiali messicani vinti da una galattico Brasile –  di cui con 35 reti in 42 partite disputate detiene il primato delle marcature. Reti che, seppur con i se e con i ma si vada ben poco distanti, sarebbero potute essere ancora superiori senza i difficili infortuni patiti e le conseguenti tribolazioni da essi dettati e che hanno, inevitabilmente, limitato la continuità e la piena efficienza di un goleador maestoso e rappresentante un caso di singolare pregevolezza nel panorama calcistico preso ed esaminato nella sua totalità. Fu calciatore non interessato alle copiose offerte delle compagini più blasonate e, di conseguenza, fu uomo nella piena accezione del termine. A oggi sono 76 gli anni compiuti da un mito del pallone che, con questo semplice e comune oggetto, ha saputo incantare e stilare poesie calcistiche che è sempre un privilegio poter rimembrare. Auguri Gigi, bandiera e mattatore di un calcio che non c’è più e di cui, forse, proprio per questo è così dolce e al contempo struggente il ricordo.

Hic et nunc: intervista a Stefano Baldini, campione olimpico di maratona

Di Mattia Lasio

Il fu Stefano Baldini atleta necessita di ben poche presentazioni, grazie a un cursus honorum che continua a parlare per lui a distanza di anni: protagonista indiscusso del mezzofondo e fondo nostrano, due volte campione europeo (Budapest 1998 e Goteborg 2006), è stato vincitore delle magiche e indimenticabili Olimpiadi di Atene 2004 nella leggendaria gara della Maratona, durante cui andò a precedere – grazie a una eccellente gestione dello sforzo fisico e a una progressione inarrestabile – figure di gran caratura come Meb Keflezighi, Vanderlei de Lima e Paul Tergat. Individuo sinceramente appassionato della corsa, sorretto da una solida tempra morale e caparbietà, ben distante dal profluvio di chiacchiere e insignificanti piccolezze che troppo spesso deturpano l’ambiente sportivo, dal 2011 si dedica con costanza e competenza alla attività di allenatore, durante cui trasmette ai propri allievi la sua cospicua esperienza maturata in tanti anni di impegno agonistico.


1) Baldini quando ha preso la decisione di dedicarsi al ruolo di tecnico?

«Ho avuto tanto dall’atletica, quindi mentre ero ancora in attività, ho pensato che mi sarebbe piaciuto ridare all’atletica un po’ delle esperienze che l’atletica mi ha regalato, una sorta di testimone che continua a passare di mano in mano nel tempo».

2) Vari sono gli atleti che Lei segue, dai gemelli Dini a Pietro Riva: come stanno affrontando il post lockdown e quali saranno i loro obbiettivi nel 2021?

«Alleno circa 20 atleti, sono tutti in piena attività. All’inizio di maggio eravamo già in pista nel rispetto delle regole e delle persone. Qualcuno ha avuto una stagione molto buona, altri più travagliata a causa di qualche infortunio. Ultimamente sono stati super sia Pietro Riva con 4 primati personali dai 1500 ai 10000 nel solo mese di settembre, mentre Valeria Straneo ha vinto il titolo italiano dei 10000m in pista, dopo quello della mezza maratona questa primavera. Li rivedremo presto ai Mondiali di Mezza Maratona in Polonia, Valeria come capitano della squadra, Pietro come matricola alla prima maglia azzurra da Senior».

3) Quanto è stata importante la figura di Luciano Gigliotti sia come atleta che come tecnico?

«Il Prof. è una figura che va oltre il ruolo di tecnico, quasi mitologica. E’ un uomo capace di tirarti fuori il meglio, una dote rara, oltre ad avere conoscenze e una curiosità fuori dal comune. Non posso che ringraziarlo sempre, e abbeverarmi dalla sua sapienza. Ci diamo spesso consigli nei momenti di difficoltà».

4) A fine ottobre si svolgerà a Modena il Festival dell’Endurance: c’è qualche nome da tenere particolarmente d’occhio specie per il settore giovanile?

«Sono molto curioso di vedere i Campionati di Endurance, anche perché avrò in gara almeno 8 atleti che alleno. Interessanti tutte le gare maschili allievi e junior, e occhio ai 1500 assoluti che quest’anno hanno visto un buon movimento. Al femminile assisteremo al ritorno di Nadia Battocletti, mi è mancato vederla in giro per l’Europa quest’estate».

5) Spesso i giovani, dopo la categoria Allievi, cessano di allenarsi: cosa significa per Lei seguire un atleta e che compito ha un tecnico dentro la pista e al di fuori di essa?

«L’obiettivo è continuare a stimolarli, anche in assenza di risultati, utilizzando strategie diverse, focalizzandosi su altre priorità come la tecnica di corsa e con la forza di un gruppo di allenamento. Spesso i ragazzi mollano perché sono da soli, è nostra responsabilità creare le occasioni di confronto e allenamento a anche con altri gruppi, andando oltre alle gelosie “parrocchiali”».

6) Il 2021 sarà eccezionalmente anno Olimpico: quali potrebbero essere le carte importanti azzurre da giocare in tale prestigiosa occasione?

«Fabbri, Crippa, Tamberi, Tortu, Faniel, Stano, Giorgi, Palmisano, le staffette e vedrete che qualcun altro esploderà. Tutta gente da finale con ambizioni e voglia di arrivare. E’ una buona e giovane Italia».

Di riprese, speranze e ambizioni: le Strade bianche di Wout Van Aert

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Di Mattia Lasio

 La bellezza del ritorno, la bellezza del ricominciare, la bellezza di una nuova vita, la bellezza della ripresa. Una ripresa che sa di speranza, una ripresa che sa di magia e rinnovata fiducia. Il ciclismo italiano riparte dalla splendida e affascinante gara nota come Strade Bianche,  manifestazione in linea di ciclismo su strada istituita nel 2007, disputata nella provincia di Siena. A causa della emergenza dettata dal Covid-19 il ciclismo, proprio come l’intero mondo sportivo, è stato costretto a fermarsi per svariati mesi dovendo di conseguenza rivedere l’intera programmazione delle competizioni. La manifestazione, caratterizzata dalle strade sterrate tipiche delle campagne toscane, non si è quindi svolta come di consueto nel mese di Marzo, bensì il primo agosto con elementi e caratteristiche tipiche del periodo estivo che hanno reso il tutto decisamente più avvincente e affascinante.

Un caldo torrido, con temperature giunte sino a quaranta gradi centigradi, non ha certo agevolato i corridori, i quali si sono trovati a fronteggiare non solamente un percorso non facile e indubbiamente duro, ma anche una fatica – compagna disgraziata dalla quale nessun atleta può scampare – resa ancora più arcigna da condizioni climatiche parecchio complesse. Il successore di Julian Alaphilippe, vincitore dell’edizione del 2019, è il talentuoso e tenace ciclista del team Jumbo Visma Wout Van Aert, fiammingo classe 1994, che con intelligenza e fermezza ha saputo gestire le sfuriate dei suoi diretti avversari – come quella dell’azzurro Alberto Bettiol quando mancavano diciotto chilometri al traguardo, giunto poi quarto alla conclusione – andando all’attacco nei dodici chilometri conclusivi, tallonato dallo stesso Bettiol che, alla fine, non riuscirà a riprendere il giovane atleta belga andando a pagare la sua tattica di gara generosa negli ultimi otto chilometri.

Wout Van Aert sta bene, la condizione è ottima e gli permette di reggere il forcing: il campione italiano Davide Formolo, apparso tirato e in ottima forma in questo ‘’nuovo’’ esordio di stagione, in compagnia del campione nazionale tedesco Schaschmann cerca di organizzarsi in modo tale da riprendere il belga in prossimità dell’ultimo arduo chilometro di salita che conduce in quel di Piazza del Campo ma a nulla servirà tutto questo. Ai due spetta il ruolo di eccellenti sconfitti staccati di mezzo minuto, rispettivamente secondo e terzo classificato con un Davide Formolo in ottima spinta e in grado di avvantaggiarsi sulla combattiva punta della Bora-Hansgrohe.

Ernest Hemingway, Premio Nobel per la letteratura nel 1954, scriveva nel suo capolavoro intitolato Il vecchio e il mare: ‘’A volte perdeva la scia. Ma la ritrovava sempre, o almeno ne trovava le tracce, e nuotava veloce e resistente nella direzione giusta’’. Il ciclismo ritrova con sacrificio e pazienza la sua direzione giusta e con esso ci si augura l’intera società.  Una direzione giusta fondamentale per giungere nella diritta via, una direzione giusta a cui il mondo dello sport può condurre con i suoi protagonisti, con le loro imprese e con il loro desiderio di spingersi, fosse anche di pochissimo, oltre i limiti precedentemente raggiunti.

Gino Bartali il giusto

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Di Mattia Lasio

Sono trascorsi vent’anni, già vent’anni, dalla scomparsa il 5 maggio del 2000 di un mito – non solamente del ciclismo – ma dello sport in generale: Gino Bartali. Gino Bartali detto il ‘’Ginettaccio’’, il campione burbero, schivo, riservato, credente, austero. Toscanaccio doc, originario di Ponte a Ema, vincitore di tre Giri d’Italia, due Tour de France, quattro Milano-Sanremo (il mondiale di primavera) e tre Giri di Lombardia, oltre che di tante altre corse considerate ‘’minori’’. Facile, fin troppo, definir campioni sul campo, indubbiamente più complesso trovarne altrettanti nella complessa quotidianità da cui tutti, chi più chi meno, risultano essere interessati. Gino Bartali fu un campione sui pedali e fu un campione nella vita, nella normalità dei giorni che scorrono lenti ma inesorabili, giorni che verranno ricordati con affetto e giorni che nel dimenticatoio finiranno con una non troppo velata contentezza. Gino Bartali era doppiamente campione perché buono. Gino Bartali era consapevole di esserlo e, silenziosamente, ha operato da tale in ogni circostanza della sua esistenza. Gino Bartali era giusto, Gino Bartali era fiero ed orgoglioso, Gino Bartali era onesto e con onestà si è battuto nelle grandi competizioni e nei grandi eventi della storia. Fu campione ma fu anche, e soprattutto, un simbolo: un simbolo di una Italia ferita, un simbolo di una Italia in mano per vent’anni a delinquenti travestiti da (fasulli) leader, un simbolo di una Italia che sapeva sperare perché nella speranza sapeva credere e confidare tenacemente. Un’Italia che venne gioiosamente trascinata e divisa dai duelli avvincenti e all’ultimo scatto tra il ‘’cattolicissimo’’ Ginettaccio e il ‘’laico’’ Fausto Coppi detto ‘’il campionissimo’’. Duelli che oltrepassavano i confini dello sport, dell’agonismo e del confronto atletico per proiettarsi in un qualcosa di decisamente più importante. Gino Bartali fu eroico ed eroe: un eroi dei giorni nostri, seppur passati, un eroe che si è battuto strenuamente e con limpidezza per trionfare ed essere il migliore. Un eroe che sapeva accettare la sconfitta e sapeva trarne forza. Fu eroe Gino Bartali perché non consapevole di esserlo, ma bensì consapevole di essere umano e di essere uomo, con tutte le difficoltà che questo comporta.  Fu intramontabile, e come l’intramontabile passò alla storia, in quanto caparbio e in quanto testardo: una testardaggine degna di un carattere forte e non certo disposto ad arrendersi ai tiri mancini di un fato troppo spesso avverso. Proprio come in occasione della sua seconda vittoria alla Grande Boucle nel 1948: una Grande Boucle non partita sotto i migliori auspici, una Grande Boucle che i più consideravano un qualcosa di inarrivabile per un Bartali trentaquattrenne e non certamente emergente. Fu proprio la testardaggine, l’esperienza, sotto alcuni punti di vista persino la paura, a rendere possibile la realizzazione di una storica impresa al risoluto Gino Bartali, il quale ottenne una splendida vittoria nella tappa che da Cannes conduceva a Briancon, bissando il successo nel giorno seguente durante la frazione che portava da Briancon ad Aix-les-Bains. Due tasselli cruciali per il raggiungimento della prima posizione in classifica generale, due tasselli che permisero di riagguantare il favoritissimo – nonché ‘’idolo di casa’’ – Louison Bobet e di distanziarlo, oltre che di scongiurare il pericolo di una guerra civile nel Bel Paese dettata dall’attentato al leader comunista Palmiro Togliatti. Nota e leggendaria fu la telefonata, in occasione del Tour de France del 1948, che il democristiano Alcide De Gasperi fece al ‘’Ginettaccio’’ domandandogli di dare il meglio di sé in modo tale da fare suo il Giro di Francia e in modo tale da distogliere il pensiero e l’attenzione degli italiani da ciò che era accaduto in patria a Palmiro Togliatti. E Gino Bartali, un po’ come tempo addietro e in un contesto diverso Garibaldi, obbedì. Eccome se obbedì, regalando ad una Italia in ripresa una grande gioia indimenticabile.

Fu intramontabile Gino Bartali e, come detto in precedenza, con questo epiteto passò alla storia. Fu intramontabile perché le sue sfide sportive e le sue imprese riuscirono ad oltrepassare, come ben si addice ad ogni leggenda, i meri confronti agonistici, in quanto caratterizzati da un forte pathos, da un forte sentimento e da un forte messaggio. Messaggio che fece breccia nel cuore degli italiani, i quali si strinsero attorno alle tenzoni sui pedali tra il burbero e cattolico Gino Bartali e il laico, a detta di alcuni anche comunista, Fausto Coppi, accomunati oltre dall’essere due fuoriclasse,anche dall’aver perso i loro amati fratelli, anch’essi corridori: Giulio nel caso di Gino Bartali, Serse per ciò che concerne Coppi. L’airone, così era soprannominato Fausto Coppi, contrapposto all’indomita aquila Gino Bartali. Due rapaci del pedale che con i loro attacchi e le loro progressioni hanno segnato nettamente le più alte asperità che hanno consacrato tanti ‘’grandi’’ della storia del ciclismo.

Fu intramontabile Gino Bartali ma fu anche giusto. Fu giusto perché durante la Seconda guerra mondiale – che lo privò dei migliori anni della sua carriera sportiva – procurò agli ebrei perseguitati i documenti falsi in modo tale da garantire loro una nuova identità, necessaria per scampare alla furia malata dei nazisti e della loro folle guida Hitler. Fu giusto Gino Bartali perché semplice e consapevole della rilevanza della semplicità in un mondo che appare sempre più alla deriva, fu giusto Gino Bartali perché energico, potente in sella ma anche fragile. Fu giusto Gino Bartali perché coraggiosamente incapace di piegarsi al volere e alla perentorietà di chi ha macchiato la penisola di infamia, violenza e cattiveria. Fu giusto Gino Bartali, fu umile e sincero. Fu campione due volte, nelle competizioni e nella vita. Ben consapevole che certe medaglie non si appendono al collo bensì all’anima. Un’anima pura, un’anima nobile capace di rendere l’umanità un punto di forza. Umanità che, a distanza di vent’anni dalla sua scomparsa, ancora lo contraddistingue e ancora ne rende prezioso il ricordo.

Il pirata e la stilettata di Plateau de Beille

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Di Mattia Lasio

‘’Nell’inautentico l’autentico si esalta’’.  Così scriveva Karl Kraus, uno dei principali autori satirici di lingua tedesca del XX secolo. E Marco Pantani, tra i più forti scalatori della storia del ciclismo, era un autentico portento e fuoriclasse quando la strada cominciava a salire. Un autentico romantico del pedale, in un mondo che – da tanto oramai – sembra essersi dimenticato del romanticismo, della bellezza e del valore dei sentimenti e delle emozioni. Il 1998 fu il suo anno d’oro, fu un anno che per l’intero ciclismo italiano si rivelò felicissimo e indimenticabile. Reduce dalla splendida vittoria al Giro d’Italia, Marco Pantani, si presentò alla Grande Boucle con tanti interrogativi e tante aspettative, oltre che con gli occhi puntati addosso: in tanti si domandavano cosa avrebbe fatto, in tanti si domandavano cosa sarebbe accaduto nel corso delle tre settimane del Giro di Francia, in tanti si domandavano in che condizioni si trovasse, in tanti si domandavano se la sua testa e caparbietà erano tali da garantirgli un nuova e storica impresa. Interrogativi classici, fin troppo canonici. Interrogativi che accompagnano, sin dalle prime competizioni, ogni campione che si rispetti. E come ogni campione meritevole di tale nomea Marco Pantani, alle dichiarazioni, alle esternazioni bellicose e ai proclami, ha sempre preferito i fatti, o per utilizzare un termine tanto caro all’ambiente ciclistico, gli scatti: gli scatti in grado di emozionare, gli scatti che sanno far saltare dalla sedia, gli scatti che infiammano gli animi, gli scatti che hanno fatto la storia della nobile e antica disciplina del ciclismo. Scatti che sanno mettere in crisi, scatti che cambiano totalmente un esito che appariva già scritto. Proprio come accadde nel magico Tour de France del 1998, Tour de France che vide il pirata ottenere uno splendido successo che andava a bissare  la vittoria al Giro d’Italia. Un successo costruito con pazienza, coraggio, passione. Un successo costruito passo dopo passo, giorno dopo giorno. A partire da quella undicesima tappa, lunga 170 chilometri, che da Luchon portava a Plateau de Beille, tappone pirenaico nel quale lo scalatore romagnolo diede un grosso segnale a se stesso, ai suoi avversari, ai suoi tanti tifosi e a partire dal quale realizzò un capolavoro unico, che lo condusse sul gradino più alto del podio nella cerimonia conclusiva nello splendido scenario dei Campi Elisi, a coronamento di una annata felice e speciale.

 

Luchon-Plateau de Beille: undicesima frazione, chilometri 170. La tappa sta per entrare nel vivo e i big sono consapevoli di ciò: davanti è presente il fuggitivo di giornata, all’attacco sin dalla mattina, Roland Meier in forza al team Cofidis e alla sua prima partecipazione alla Grande Boucle. Nel gruppo dei favoriti ci si prepara al grande epilogo, un epilogo che saprà di sofferenza, attacchi e resistenza alla fatica: poco meno di sedici chilometri misura l’ascesa conclusiva, poco meno di sedici chilometri per mettere in difficoltà la maglia gialla Jan Ulrich, giovane e talentuosissimo corridore tedesco vincitore del Tour de France del 1997. Poco meno di sedici chilometri necessari a Marco Pantani per dimostrare a se stesso, prima ancora che agli altri, di poter cambiare le sorti del prestigioso Giro di Francia. Poco meno di sedici chilometri per dimostrare di non essere appagato del successo della corsa rosa. Poco meno di sedici chilometri per infliggere un duro colpo a Jan Ulrich, leader della classifica generale ma con una condizione non al livello dell’anno precedente.

Per Ulrich le cose si mettono male sin dai primi istanti della scalata alla ascesa finale: fora ed è costretto ad inseguire per un chilometro e mezzo, un chilometro e mezzo che dimostra la poco brillantezza e la pesantezza della pedalata del leader della Telekom. Nel gruppo dei favoriti nessuno prende l’iniziativa per attaccarlo, ma i corridori si accorgono che per il giovane tedesco non è una grande giornata: sono presenti corridori come Jalabert, il campione olandese Boogerd supportato dal suo compagno di squadra nella Rabobank  Patrick Jonker. Marco Pantani è attento, estremamente attento: toglie gli occhiali e la bandana, attende cavallerescamente il ritorno del rivale Ulrich e scatta fulmineo a tredici chilometri dal traguardo. E’ solo uno scatto, non una raffica come ci si poteva attendere, non vari tentativi. Uno scatto secco, deciso a cui Ulrich sembra poter rispondere seguito dall’idolo di casa Jalabert. Tra i due ci sono pochissimi metri, il ricongiungimento sembra prossimo ma qualcosa non va: le energie del campione tedesco non sono tante, lo sforzo per rifarsi sotto è stato ingente e la gamba non è quella dei giorni migliori. Pantani procede, inarrestabile e guadagna metro su metro nei confronti di un Ulrich in crisi fisica e psicologica: non sa cosa fare, non sa come gestire la situazione indubbiamente difficile, si guarda dietro costantemente, spera di scorgere la sagoma della seconda punta della Telekom Bjarne Riis che però non è in gran forma, presenta delle energie al lumicino ed è incapace di dare un aiuto concreto al suo capitano. La stilettata di Pantani fa male e fa male sempre più chilometro dopo chilometro: riprende il fuggitivo di giornata Meier, che all’arrivo otterrà un meritatissimo secondo posto, e si invola verso una bellissima vittoria di tappa. Sul suo volto affaticato spunta un accenno di sorriso, un accenno di sorriso che diventerà sempre più radioso nel corso delle tre settimane del Tour de France.

Dietro Ulrich trova un insperato aiutante nell’azzurro Leonardo Piepoli che, inspiegabilmente, mette alla frusta il gruppo dei diretti inseguitori e svolge il ruolo di gregario nei confronti del leader della classifica generale della Grande Boucle. Nonostante ciò, Ulrich non riesce a riprendersi e taglierà il traguardo staccato di un minuto e trentanove secondi, attardato persino rispetto ai  suoi compagni di inseguimento. Lo statunitense Bobby Julich fa sua la terza piazza, mentre ‘’l’ambiguo aiutante’’ Piepoli coglie un bel quinto posto. Lo sconfitto di giornata è Jan Ulrich, che taglia il traguardo stizzito, non certo felice della sua prestazione e ferito.

In quella undicesima tappa della Grande Boucle Ulrich si scoprì umano e ci si rese conto che era ancora tutto da vedere, era ancora tutto da decidere, era ancora tutto da stabilire. Golia era stato colpito nel profondo da un piccolo Davide proveniente dalla Romagna. Un piccolo Davide che sulle montagne si erigeva a gigante, un piccolo Davide con un cuore grande e un coraggio da vendere tutto fuorché comune. Un coraggio che ha ispirato e commosso tanti. Un coraggio che ha parlato a tanti. Un coraggio che, nonostante i ventidue anni trascorsi, continua a risuonare forte più che mai.

In punta di piedi: la scomparsa di Donato Sabia

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Di Mattia Lasio

L’insostenibile imprevedibilità del vivere giunge quando meno la si attende e quando meno su di essa si riflette. Giunge con l’impeto di una fiera e la precisione di un sicario professionista, non facendo sconti e tantomeno differenze. In data 8 aprile 2020 si è spento all’età di cinquantasei anni presso L’Ospedale San Carlo di Potenza – capoluogo della Basilicata – dopo aver contratto il coronavirus  Donato Sabia, uno dei fiori all’occhiello del mezzofondo italiano che fu, un atleta di spessore, tesserato per la storica squadra meneghina della ‘’Pro Patria Cus Milano’’, capace di correre il ‘’doppio giro della morte’’ degli 800m in 1’43’’88 ovvero la terza prestazione all time sulla distanza dopo Marcello Fiasconaro e Andrea Longo.  Sabia corse il suo personale durante una gara in notturna in quel di Firenze il 13 giugno del 1984, suo anno di grazia nel quale vinse i campionati europei indoor sugli ottocento metri a Goteborg nel periodo invernale e in cui ottenne un ottimo quinto posto, sempre sulla distanza degli 800m, durante le Olimpiadi di Los Angeles in occasione della finale della suddetta distanza.  Sabia era un ottocentista puro, quella tipologia di ottocentista che chi possiede occhio attento riconosce immediatamente: era veloce, scaltro, potente, tenace e in grado di sostenere quelle ‘’sparate’’ che gli 800m – gara tranquillamente definibile come ‘’di velocità prolungata’’ – richiedono. Sapeva correre su ritmi folli e tenere egregiamente botta, venendo fuori con l’impeto del purosangue sul rettilineo finale, rettilineo che infrange ciò che è stato costruito nei 700 metri precedenti e consacra chi ha impostato una tattica accorta e intelligente.  Rettilineo finale che ogni ottocentista ha con fervore amato e odiato almeno una volta nel corso della propria esistenza, rettilineo finale che non concede spazio a repliche e muta totalmente il canovaccio che ci si era prefissati.

Sabia – atleta capace di correre i 400m su crono sotto i 46 secondi – il 13 giugno 1984 realizzò uno dei suoi capolavori, una pagina di sport pienamente degna di essere ricordata e narrata: meeting ad invito, 7 uomini di cui una ‘’lepre’’ avente il compito di tenere alto il ritmo e fare gara forte. Sabia  parte in corsia tre e si mette, dopo i canonici primi 100 metri in curva affrontati in corsia, sulla scia del piecemaker e dello ‘’scomodissimo’’ Rob Druppers, olandese che vinse la medaglia d’argento sugli 800m in occasione dei campionati mondiali del 1983. L’impostazione di gara è perfetta per correre su tempi di estremo valore. Passaggio ai 200m in 24 secondi, ai 300m si passa in 37 secondi e al magico scoccare frenetico della campanella dell’ultimo giro si transita poco sopra i 50 secondi.  La lepre svolge il suo ruolo al meglio sino ai 450m poi si ferma e lascia i due contendenti Druppers e Sabia a contendersi un successo e un riscontro cronometrico eccellente. Sabia scalpita, corre leggermente all’esterno ma è consapevole di non poter azzardare un attacco prima dei 150 metri conclusivi, momento nel quale comincia la sua progressione vincente, una progressione contro gli avversari ma soprattutto contro il cronometro, acerrimo rivale di ogni atleta. Puntuale, immancabile e fatale arriva la rasoiata di Sabia il quale a 120 metri dalla fine affianca Druppers per superarlo deciso, resistendo alla tardiva rimonta di Alberto Juantorena – atleta cubano, che durante le Olimpiadi di Montreal nel 1976 vinse la medaglia d’oro sia nella specialità dei 400m che in quella degli 800m – terzo classificato al traguardo.

Fu un 1984 da incorniciare per Sabia, che nel corso di quella stagione realizzò anche il primato mondiale sui 500m con un superlativo 1’00’’08 stabilito a Busto Arstizio il 26 maggio, grazie alle sue spiccate doti veloci e una soglia lattacida elevatissima . Un anno che gli sportivi ricordano con gioia, un anno che ha reso grande l’atletica italiana e rappresenta ancora oggi un ricordo affettuoso da conservare gelosamente. Donato Sabia è andato via in punta di piedi, come in punta di piedi era la sua corsa, leggera, sfiorante appena il tartan calcato dalle scarpe chiodate, armi predilette da ogni praticante l’atletica leggera. E’ andato via Donato Sabia, poco tempo dopo suo papà anche egli vittima del coronavirus. E’ andato via inaspettatamente, senza fare rumore come i grandi sanno fare. Per quanto un uomo possa imparare, per quanto un uomo possa fare suo più sapere possibile non sarà mai in grado di conoscere e capire dove si va una volta concluso il proprio percorso terreno. Si possono fare delle supposizioni, si può immaginare qualsiasi cosa ma a nulla di preciso è dato arrivare. Si può, però, augurare e sperare: sperare che Donato Sabia e suo padre si ritrovino come nei giorni felici, come nei giorni in cui discutevano con passione degli allenamenti, delle gare, delle ripetute, degli obiettivi, del sacrificio e della bellezza che quelle 6, o talvolta 8, corsie sanno regalare. Corsie metafore della vita, corsie capaci di donare un sogno dal quale – nonostante gli imprevisti e i tiri mancini della sorte – non ci si sveglierà mai e di cui si potrà sempre godere. ‘’Vita mortuorum in memoria est posita vivorum’’.  La vita dei morti sta nella memoria dei vivi, così recitava Marco Tullio Cicerone nelle ‘’Filippiche’’, sua nota raccolta di orazioni pronunciate contro Marco Antonio.  Una memoria che, in un momento di emergenza come questo specialmente , è necessario più che mai coltivare e proteggere dalle sirene ingannatrici di un presente complesso e dove tutto appare poco nitido.